Sai ched’è la statistica? È na’ cosa che serve pe’ fa’ un conto in generale de la gente che nasce, che sta male, che more, che va in carcere e che sposa. Ma pe’ me la statistica curiosa è dove c’entra la percentuale, pe’ via che, lì, la media è sempre eguale puro co’ la persona bisognosa. Me spiego: da li conti che se fanno seconno le statistiche d’adesso risurta che te tocca un pollo all’anno: e, se nun entra ne le spese tue, t’entra ne la statistica lo stesso perch’è c’è un antro che ne magna due
C’è una poesia di Trilussa che, a distanza di oltre un secolo, continua a dire più di molte analisi economiche. Parla di un pollo.
O, meglio, parla di due persone e di un conto apparentemente perfetto. Una mangia due polli, l’altra non ne mangia nemmeno uno. Alla fine, la statistica conclude che ne hanno mangiato uno a testa.
La media è corretta, ma nessuno dei due ha mangiato un pollo.
È questa la genialità di Trilussa. Con il suo dialetto romano, con l’ironia di chi sapeva osservare la vita vera molto più dei grandi palazzi del potere, riuscì a mettere in discussione una delle nostre più comode abitudini: fidarci di un numero senza domandarci che cosa ci sia dietro.
Il poeta non se la prendeva con la statistica. Se la prendeva con il modo in cui spesso la usiamo. Con la tentazione di trasformare una media in una verità. Con la superficialità di chi guarda un dato e pensa di aver capito una persona, una famiglia, un Paese.
E forse è proprio qui che quella poesia può insegnarci qualcosa anche sul nostro rapporto con il denaro.
Nella finanza infatti, ogni giorno, incontriamo i polli di Trilussa.
Li incontriamo quando leggiamo che un investimento ha reso mediamente una certa percentuale e immaginiamo che quel numero dica tutto, ma non ci dice quanto è stato difficile restare investiti nei momenti peggiori. Non ci dice quali oscillazioni sono state necessarie per arrivare a quel risultato. Non ci dice se quell’investimento era adatto a chi, nel frattempo, aveva bisogno di liquidità, aveva cambiato lavoro, aveva avuto un figlio, aveva dovuto assistere un genitore o semplicemente non riusciva a dormire sereno vedendo il proprio patrimonio diminuire.
Li incontriamo quando parliamo di patrimonio medio delle famiglie italiane. Un dato che può sembrare confortante, ma che spesso mette nello stesso calcolo chi possiede una casa ereditata e poca liquidità, chi ha un’impresa da sostenere, chi ha debiti importanti, chi ha risparmi accumulati con sacrificio e chi, invece, dispone di un capitale molto più ampio. La media fa il suo lavoro. Ma non racconta le differenze. E nella pianificazione patrimoniale, le differenze sono tutto.
Due persone possono avere lo stesso patrimonio e vivere due vite finanziarie completamente diverse.
Una può avere figli piccoli, un mutuo, un’attività professionale da proteggere e un reddito variabile. L’altra può essere vicina alla pensione, avere una casa già pagata, figli indipendenti e la necessità di trasformare il capitale in una fonte di serenità futura.
Sulla carta potrebbero avere lo stesso numero.
Nella realtà, non dovrebbero mai ricevere la stessa risposta.
È qui che, a mio avviso, si misura il valore di una consulenza patrimoniale fatta bene. Non nel trovare il prodotto che va meglio in un determinato momento. Non nell’inseguire il titolo di cui tutti parlano o l’ultima IPO. Non nel riempire una tabella di percentuali che, magari, sembrano perfette ma non hanno alcun legame con la vita di chi le guarda.
Il punto è capire dove si trova davvero una persona.
Capire quanto del suo patrimonio deve restare disponibile, quanto può essere investito con orizzonte lungo, quanto deve essere protetto, quanto deve essere destinato ai progetti dei figli, alla pensione, alla continuità dell’impresa o a un futuro passaggio generazionale.
Perché un portafoglio può anche avere un rendimento medio interessante. Ma se costringe una persona a vendere nel momento sbagliato, se lascia scoperti i rischi importanti della sua vita, se non tiene conto della fiscalità, della protezione e degli obiettivi familiari, allora quel rendimento rischia di essere proprio come il pollo di Trilussa: un numero che esiste sulla carta, ma che non nutre davvero nessuno.
La ricchezza, non è una media.
Non è il confronto con il vicino, con un indice o con il rendimento raccontato da qualcuno al bar. È la capacità di usare bene ciò che si ha, nel momento in cui serve, per le persone che contano.
Trilussa ci ricorda che tra un dato corretto e una verità utile può esserci una distanza enorme.
Il compito più importante di chi si occupa di patrimoni credo sia proprio il non fermarsi al pollo medio, ma guardare la storia di ogni singola persona seduta dall’altra parte del tavolo.
Perché dietro ogni numero c’è una vita, e nessuna vita può essere gestita con una media.


