Quando si parla di milionari, la mente corre immediatamente ai grandi imprenditori, agli investitori di Wall Street, ai fondatori di startup o ai manager delle multinazionali. È difficile immaginare che la stessa parola possa essere associata ad un uomo che ogni mattina indossa la divisa di un supermercato, saluta i clienti con un sorriso e passa i prodotti sul lettore ottico di una cassa.
Eppure è proprio questa la storia di Tony Barzar.
Una storia che negli ultimi anni ha fatto il giro del mondo non perché abbia inventato qualcosa di rivoluzionario, venduto un’azienda per miliardi di dollari o realizzato un investimento straordinario. Al contrario, è diventata famosa proprio perché rappresenta la dimostrazione che la ricchezza può nascere dalla normalità.
Tony iniziò a lavorare nel 1986 da Price Club, società che negli anni successivi sarebbe confluita nell’attuale Costco (famosa catena di ipermercati all’ingrosso). Il suo primo incarico consisteva nel raccogliere i carrelli nel parcheggio. Guadagnava circa 5,85 dollari all’ora, uno stipendio assolutamente normale per un giovane lavoratore americano.
Passarono gli anni. Tony rimase nella stessa azienda, vide aumentare gradualmente il proprio stipendio e continuò a svolgere con serietà il proprio lavoro. Nulla di straordinario. Nessun colpo di fortuna. Nessuna scommessa finanziaria.
La differenza stava in una scelta apparentemente banale che ripeté con costanza per quasi quarant’anni.
Destinò parte del proprio reddito al piano pensionistico aziendale.
Quando la sua storia divenne di dominio pubblico, il suo patrimonio previdenziale aveva ormai superato un milione di dollari.
Un cassiere milionario.
Basterebbero queste tre parole per attirare l’attenzione di chiunque.
Eppure il vero insegnamento non riguarda il milione di dollari, bensì il percorso che gli ha permesso di costruirlo.
Negli Stati Uniti questo risultato è stato possibile anche grazie ad uno strumento chiamato 401(k).
Il nome deriva da un articolo del codice tributario americano e rappresenta uno dei pilastri della previdenza complementare negli Stati Uniti. Il funzionamento è semplice ma estremamente efficace. Il lavoratore sceglie di destinare una parte del proprio stipendio al piano pensionistico prima della tassazione. In moltissimi casi il datore di lavoro decide di incentivare questa scelta aggiungendo un proprio contributo, il cosiddetto matching contribution. In altre parole, per ogni dollaro risparmiato dal dipendente, anche l’azienda versa una quota aggiuntiva entro determinati limiti.
Il capitale viene poi investito nei mercati finanziari attraverso fondi diversificati e rimane investito per decenni.
Il risultato è che il tempo inizia lentamente a fare il proprio lavoro.
All’inizio la crescita sembra quasi impercettibile. Dopo dieci anni il patrimonio aumenta con regolarità. Dopo venti anni il capitale comincia ad accelerare. Dopo trenta o quarant’anni accade qualcosa che molte persone fanno fatica persino ad immaginare: gli interessi iniziano a produrre più ricchezza dei versamenti effettuati dal lavoratore.
È questo il vero potere dell’interesse composto.
Non è una magia. È semplicemente il tempo che lavora.
Per molti lettori questa potrebbe sembrare una realtà esclusivamente americana. In fondo il 401(k) non esiste nel nostro Paese.
Ed è qui che nasce il parallelo più interessante.
Anche in Italia esiste uno strumento che, pur con regole differenti, segue esattamente la stessa filosofia: il fondo pensione.
Negli ultimi decenni il sistema previdenziale italiano è progressivamente passato dal metodo retributivo a quello contributivo. Significa che la pensione futura dipenderà sempre più dai contributi effettivamente versati durante la vita lavorativa e sempre meno dalle ultime retribuzioni percepite.
In questo contesto la previdenza complementare non rappresenta soltanto una scelta fiscale, ma una vera e propria scelta patrimoniale.
Un lavoratore può decidere di destinare il proprio Trattamento di Fine Rapporto ad un fondo pensione.
Ogni anno il TFR corrisponde indicativamente al 6,91% della retribuzione lorda, viene investito e ha la possibilità di crescere nel tempo grazie ai mercati finanziari.
Ma non è tutto.
Il lavoratore può effettuare anche versamenti volontari, beneficiando della deducibilità fiscale prevista dalla normativa. In pratica una parte delle imposte pagate viene restituita attraverso il risparmio fiscale. È un vantaggio che molti utilizzano semplicemente per aumentare il proprio reddito disponibile.
Altri, invece, fanno qualcosa di molto più intelligente. Reinvestono anche quel beneficio fiscale. Ed è proprio qui che il tempo comincia ad accelerare.
Immaginiamo un lavoratore con una RAL di 30.000 euro.
Il suo TFR maturato ogni anno è di circa 2.070 euro.
Supponiamo che scelga di destinare integralmente tale importo ad un fondo pensione capace di ottenere, nell’arco di molti decenni, un rendimento medio composto del 6% annuo.
Mantenendo costante la retribuzione per tutta la vita lavorativa e senza effettuare alcun versamento aggiuntivo, il capitale raggiungerebbe un milione di euro in circa cinquantanove anni.
Molti potrebbero fermarsi a questo numero e pensare che sia troppo tempo.
Ma sarebbe un errore.
Perché nella vita reale quasi nessuno mantiene lo stesso stipendio per sessant’anni.
Gli aumenti contrattuali, gli scatti di anzianità, le promozioni e l’inflazione fanno crescere progressivamente sia la retribuzione sia il TFR versato ogni anno.
La simulazione, quindi, è volutamente prudenziale.
Adesso immaginiamo qualcosa di diverso.
Lo stesso lavoratore decide di fare un piccolo sforzo aggiuntivo.
Due volte all’anno, in occasione della tredicesima e della quattordicesima mensilità, versa complessivamente 1.200 euro nel proprio fondo pensione.
L’anno successivo riceve il beneficio fiscale derivante dalla deduzione di quei contributi. Ipotizzando un’aliquota marginale del 35%, il risparmio fiscale è di circa 420 euro.
Anziché spenderli, decide di fare esattamente ciò che aveva fatto Tony Barzar per tutta la vita.
Li reinveste. ogni anno, senza interruzioni. In questo modo il capitale investito annualmente passa da circa 2.070 euro a quasi 3.700 euro.
Il risultato è sorprendente.
Il tempo necessario per raggiungere un milione di euro si riduce a circa quarantanove anni.
Dieci anni in meno.
Dieci anni guadagnati semplicemente sfruttando uno strumento già esistente, un incentivo fiscale previsto dalla legge e la disciplina di reinvestire ciò che molti avrebbero probabilmente speso.
E anche questa simulazione continua ad essere prudenziale.
Non considera il possibile contributo del datore di lavoro previsto da molti fondi pensione negoziali, gli aumenti di stipendio, eventuali versamenti straordinari, una carriera lavorativa crescente.
Nella realtà il traguardo potrebbe quindi essere raggiunto ancora prima.
La storia di Tony Barzar ci insegna una lezione che va ben oltre la previdenza.
Viviamo in un’epoca nella quale tutti cercano scorciatoie. L’azione destinata a raddoppiare in pochi mesi. La criptovaluta che cambierà la vita. Il fondo che promette rendimenti straordinari. Il segreto che nessuno conosce.
Ma il patrimonio raramente nasce da un evento eccezionale.
Molto più spesso nasce da centinaia di decisioni corrette, apparentemente insignificanti, ripetute con costanza per decenni.
Tony non è diventato milionario perché guadagnava più degli altri.
È diventato milionario perché ha capito una verità tanto semplice quanto rivoluzionaria.
Il tempo è il miglior investimento che il denaro possa avere.
Ogni euro investito oggi non rappresenta soltanto un euro, ma un piccolo lavoratore silenzioso che inizierà a produrre altri euro. Poi quegli euro produrranno nuovi euro. E così via, anno dopo anno, fino a quando il capitale inizierà a crescere quasi da solo.
Forse è proprio questa la più grande differenza tra chi costruisce un patrimonio e chi rincorre continuamente il prossimo investimento miracoloso.
I primi hanno imparato ad avere fiducia nel tempo.
I secondi continuano ad avere fretta.
E la finanza, quasi sempre, premia chi sa aspettare.


