Startup e credito

«La maggior parte delle startup non fallisce perché manca un’idea. Fallisce perché finisce la liquidità prima che quell’idea abbia il tempo di trasformarsi in un’impresa.»

È una frase provocatoria, ma racchiude una delle verità più sottovalutate del mondo imprenditoriale. Quando si parla di startup, l’attenzione si concentra quasi sempre sull’innovazione, sulla tecnologia, sull’intuizione del fondatore o sulla capacità di rivoluzionare un mercato. Si celebrano le storie di successo, gli investitori che hanno creduto in un progetto apparentemente impossibile e le aziende che, partite da un garage, sono diventate colossi mondiali. Molto meno spesso, invece, ci si sofferma su quello che rappresenta uno dei principali ostacoli alla nascita e alla crescita di una nuova impresa: l’accesso al credito.

Ed è proprio qui che emerge uno dei più grandi paradossi. Una startup è, per definizione, un’impresa che guarda al futuro. Una banca, invece, quando concede un finanziamento, è inevitabilmente costretta a guardare al passato.

Può sembrare una contraddizione, ma è esattamente ciò che accade.

L’imprenditore presenta un progetto, racconta una visione, descrive un mercato in espansione e immagina ciò che la propria azienda potrà diventare. La banca, invece, deve rispondere a una domanda molto più concreta: qual è la probabilità che il denaro prestato venga restituito?

Sono due prospettive diverse, entrambe corrette.

L’errore che molti imprenditori commettono è pensare che una buona idea sia sufficiente per ottenere un finanziamento. In realtà, una banca non valuta soltanto la qualità del progetto. Valuta soprattutto il rischio.

È questo il suo mestiere.

Ed è proprio qui che emergono le difficoltà tipiche di una startup o di una newco.

Una nuova impresa nasce senza una storia. Non dispone di anni di bilanci, non ha indicatori economici consolidati, spesso non genera ancora utili e, nei primi mesi di attività, talvolta nemmeno ricavi. Può avere un capitale sociale limitato, un patrimonio ridotto e un modello di business ancora da validare sul mercato. Molto spesso il valore dell’azienda coincide quasi esclusivamente con le competenze, la determinazione e la visione dei suoi fondatori.

Dal punto di vista di un analista del credito, tutto questo rappresenta inevitabilmente un fattore di rischio. Non perché il progetto sia destinato a fallire, ma perché mancano quegli elementi oggettivi che normalmente consentono di formulare una valutazione attendibile.

La banca non può misurare il talento di un imprenditore. Può invece analizzare dati, numeri, flussi di cassa, patrimonio, redditività e capacità di rimborso.

Per questo motivo non è corretto affermare che le banche non finanzino le startup. Più correttamente, finanziano startup che riescono a dimostrare, con elementi concreti, come intendano trasformare un’idea in un’attività economicamente sostenibile.

È una differenza sottile, ma fondamentale.

Negli ultimi anni, però, è cambiato anche il modo di fare impresa e, di conseguenza, il modo di finanziarla. Per molto tempo si è pensato che il credito bancario fosse praticamente l’unica strada per reperire le risorse necessarie a sviluppare un progetto imprenditoriale. Oggi non è più così.

Una startup dovrebbe imparare a distinguere tra credito e finanza.

Il credito consiste nell’ottenere denaro da restituire secondo tempi e modalità prestabilite. La finanza, invece, comprende un insieme molto più ampio di strumenti attraverso i quali reperire capitale per sostenere la crescita dell’impresa.

Nelle fasi iniziali il primo investitore dovrebbe essere lo stesso imprenditore. Nessuno crederà davvero in un progetto se il suo fondatore non è disposto, per primo, ad assumersi una parte del rischio. Accanto alle risorse proprie possono intervenire familiari, soci o investitori privati, i cosiddetti business angel, che non apportano soltanto capitale ma anche esperienza, relazioni e competenze manageriali. Esistono poi i fondi di venture capital, le piattaforme di equity crowdfunding, gli incubatori, gli acceleratori d’impresa, la finanza agevolata, i contributi pubblici e tutti quegli strumenti che negli ultimi anni hanno ampliato le possibilità di accesso alle risorse finanziarie.

Un ruolo importante è svolto anche dal Fondo Centrale di Garanzia per le PMI e dagli altri strumenti di garanzia pubblica, nati proprio con l’obiettivo di favorire l’accesso al credito delle piccole imprese e delle startup innovative. La presenza di una garanzia pubblica può ridurre il rischio assunto dalla banca e aumentare le possibilità di ottenere un finanziamento. Non significa che il denaro venga concesso automaticamente, ma che il sistema cerca di condividere parte del rischioper favorire la nascita di nuove iniziative imprenditoriali.

Resta però una domanda fondamentale.

Che cosa rende davvero finanziabile una startup?

La risposta, ancora una volta, non è l’idea.

Le idee hanno un valore straordinario, ma da sole non bastano.

Ciò che aumenta realmente la credibilità di una nuova impresa è la capacità di trasformare quell’intuizione in un progetto imprenditoriale concreto, misurabile e sostenibile.

Un business plan ben costruito non rappresenta un semplice documento richiesto dalla banca. È lo strumento attraverso il quale l’imprenditore dimostra di conoscere il mercato in cui intende operare, i concorrenti, i costi che dovrà sostenere, i ricavi attesi, il fabbisogno finanziario e il percorso che dovrebbe condurre l’azienda verso l’equilibrio economico.

Ancora più importante è la pianificazione della liquidità.

Molte startup non chiudono perché il prodotto sia sbagliato o perché il mercato non esista. Chiudono perché finiscono i soldi prima di raggiungere il punto di equilibrio.

È una differenza enorme.

Un’azienda può avere ordini, clienti interessati e prospettive eccellenti, ma se non dispone della liquidità necessaria per pagare fornitori, dipendenti, investimenti e imposte rischia comunque di interrompere la propria attività.

La gestione della cassa diventa quindi importante quanto lo sviluppo del prodotto.

In questo senso il cash flow rappresenta spesso un indicatore ancora più significativo dell’utile. Un’impresa può registrare risultati economici positivi e trovarsi comunque in difficoltà finanziaria se gli incassi arrivano troppo tardi rispetto alle uscite.

È proprio questa capacità di pianificazione che distingue sempre più spesso un imprenditore da un semplice inventore.

Per comprendere meglio questo concetto immaginiamo due startup.

La prima ha sviluppato una tecnologia rivoluzionaria, ma non dispone di un piano economico dettagliato. Non conosce con precisione il fabbisogno finanziario, non ha definito una strategia commerciale, non sa quando raggiungerà il pareggio né come gestirà eventuali ritardi negli incassi.

La seconda propone un’innovazione forse meno dirompente, ma presenta un business plan articolato, previsioni economiche realistiche, un’attenta pianificazione della liquidità, alcuni clienti già acquisiti, fondatori che hanno investito capitale proprio e una governance chiara.

Quale delle due avrà maggiori probabilità di ottenere credito?

Molto spesso sarà la seconda.

Non necessariamente perché abbia l’idea migliore, ma perché ha ridotto l’incertezza.

Ed è proprio questo il compito della pianificazione finanziaria: trasformare una parte delle incognite in elementi misurabili.

Esistono poi modelli imprenditoriali che dimostrano come la migliore forma di finanziamento sia, talvolta, quella che riduce al minimo la necessità di ricorrere al debito.

Un esempio interessante è rappresentato da Bending Spoons, una delle realtà tecnologiche italiane più conosciute a livello internazionale. Negli ultimi anni la società ha costruito gran parte della propria crescita attraverso l’acquisizione di piattaforme digitali già affermate, caratterizzate da milioni di utenti e soprattutto da ricavi ricorrenti generati dagli abbonamenti.

Questa caratteristica cambia completamente la prospettiva finanziaria. Un’azienda che incassa ogni mese da una base consolidata di clienti dispone di flussi di cassa molto più prevedibili rispetto a una startup che deve ancora conquistare il mercato. Questa capacità di generare cassa permette di programmare gli investimenti con maggiore serenità, rafforza la struttura finanziaria e riduce il fabbisogno di capitale circolante.

Sarebbe scorretto affermare che Bending Spoons non abbia mai fatto ricorso a capitali esterni. La sua crescita è stata sostenuta anche da investitori istituzionali e da operazioni di finanza straordinaria. Il punto, però, è un altro. Il suo modello dimostra quanto sia strategico costruire un’impresa capace di generare flussi di cassa ricorrenti e prevedibili.

In fondo, la forma di finanziamento più solida è quella prodotta dall’impresa stessa.

Quando un’azienda riesce ad autofinanziare la propria crescita, aumenta contemporaneamente la propria indipendenza, la propria capacità di investimento e anche la propria credibilità nei confronti del sistema bancario.

E qui che emerge uno dei grandi paradossi della finanza aziendale.

Il credito arriva più facilmente quando si dimostra di averne sempre meno bisogno.

Una banca non finanzia semplicemente un sogno, finanzia la probabilità che quel sogno riesca a generare flussi di cassa sufficienti per restituire il capitale ricevuto.

Questo principio, tuttavia, non riguarda soltanto le startup.

Ogni impresa attraversa un proprio ciclo di vita. Nasce, cresce, investe, consolida la propria posizione, affronta momenti di espansione, acquisisce aziende, prepara un passaggio generazionale o si apre a nuovi soci. In ciascuna di queste fasi cambiano gli strumenti finanziari più adatti e cambiano anche le esigenze di capitale.

Per questo motivo parlare di accesso al credito significa, in realtà, parlare di pianificazione finanziaria.

Non si tratta semplicemente di ottenere un prestito.

Si tratta di costruire nel tempo un’impresa credibile, patrimonialmente equilibrata e capace di ispirare fiducia, quella stessaafiducia che rappresenta ancora oggi uno degli asset più preziosi di qualsiasi azienda.

Un bilancio racconta i numeri del passato. Un business plan descrive il futuro. La credibilità dell’imprenditore è il ponte che collega le due dimensioni.

Forse è anche per questo che le aziende di maggior successo non sono necessariamente quelle che hanno avuto l’idea migliore, ma quelle che sono riuscite a finanziare il tempo necessario affinché quell’idea potesse maturare.

Un’impresa senza clienti cresce lentamente, ma un’impresa senza liquidità, invece, rischia di fermarsi all’improvviso.

Ed è una lezione che vale tanto per una startup quanto per un’azienda con decenni di storia.

L’innovazione apre le porte del futuro. La pianificazione finanziaria permette di attraversarle.

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