Quando si parla di mutui, la domanda sembra quasi sempre la stessa: meglio scegliere il tasso fisso oppure il tasso variabile?
È una domanda comprensibile, ma probabilmente incompleta. Perché dietro la scelta del tasso non c’è soltanto un confronto tra due percentuali. Ci sono il reddito della famiglia, la capacità di sopportare eventuali aumenti della rata, la durata del finanziamento, il capitale richiesto, le prospettive economiche e, soprattutto, il diverso rapporto che ciascuno di noi ha con l’incertezza.
Il mutuo, del resto, non è un’operazione di pochi mesi. Può accompagnare una famiglia per venti, venticinque o trent’anni, attraversando crisi finanziarie, inflazione, recessioni, cambiamenti della politica monetaria, riduzioni dei tassi e improvvise inversioni di mercato. Pretendere di individuare oggi la soluzione che sarà certamente più conveniente per tutto il periodo significa immaginare di poter prevedere con precisione il futuro. E la storia economica insegna quanto questo esercizio sia difficile.
Per comprendere meglio il problema può essere utile osservare l’andamento dei due principali riferimenti utilizzati nei mutui: l’Euribor, generalmente associato ai finanziamenti a tasso variabile, e l’Eurirs, utilizzato come base per la determinazione dei mutui a tasso fisso.
Considerando il periodo compreso tra il 1999 e il 2026 e utilizzando valori annuali rappresentativi, l’Euribor a tre mesi ha registrato una media di circa l’1,70%, mentre l’Eurirs a vent’anni si è attestato mediamente intorno al 3,19%.La differenza è quindi di circa 1,49 punti percentuali.
Osservata in questo modo, la storia sembra fornire una risposta piuttosto chiara: nel lungo periodo il tasso variabile è stato mediamente più basso del tasso fisso. Ma fermarsi a questa conclusione sarebbe semplicistico.
L’Euribor e l’Eurirs non rappresentano infatti il tasso finale pagato dal cliente. Il tasso applicato dalla banca comprende anche uno spread, che può cambiare in base al periodo, alla durata del mutuo, alla qualità del richiedente, al rapporto tra finanziamento e valore dell’immobile e alle politiche commerciali dell’istituto. Per stabilire quale soluzione sia risultata realmente più conveniente, sarebbe necessario confrontare due mutui accesi nello stesso momento, con identico capitale, identica durata e spread effettivamente disponibili in quella data.
Il confronto storico tra i due indici rimane però molto utile, perché permette di comprendere la natura delle due scelte. Il tasso fisso offre una certezza. La rata è conosciuta fin dall’inizio e rimane invariata per tutta la durata del finanziamento. Il mutuatario sa quanto dovrà pagare ogni mese e quando il debito terminerà. Non deve preoccuparsi delle riunioni della Banca centrale europea, delle aspettative sull’inflazione o delle oscillazioni dei mercati monetari.
Questa tranquillità, tuttavia, ha un prezzo.
La differenza media osservata tra Eurirs ed Euribor può essere letta, con tutte le necessarie cautele, come una sorta di premio pagato per trasferire alla banca il rischio dell’aumento dei tassi. Chi sceglie il fisso non sta acquistando soltanto denaro. Sta acquistando prevedibilità.
Per questo motivo il tasso fisso non è necessariamente la soluzione economicamente migliore. È spesso la soluzione che crea una zona di comfort. E non c’è nulla di sbagliato in questo, soprattutto quando il bilancio familiare non sarebbe in grado di assorbire un aumento significativo della rata. Il problema nasce quando si confonde la tranquillità con la convenienza matematica.
Chi sottoscrive un mutuo a tasso fisso accetta normalmente di pagare un tasso iniziale più elevato in cambio della protezione da scenari sfavorevoli. Se i tassi rimanessero bassi o scendono, il mutuatario potrebbe pagare per molti anni più di quanto avrebbe pagato scegliendo il variabile. Se invece i tassi salgono improvvisamente, il fisso mostra pienamente il proprio valore, proteggendo la famiglia dall’aumento della rata.
Il tasso fisso può quindi essere considerato simile a una copertura assicurativa. L’assicurazione non viene stipulata perché si è certi che l’evento negativo si verificherà, ma perché non si vuole o non si può sopportarne l’impatto.
Il variabile segue una logica differente. Il tasso viene aggiornato periodicamente in base all’andamento dell’Euribor e la rata può aumentare o diminuire nel tempo. Chi lo sceglie accetta di convivere con una maggiore incertezza, ma mantiene la possibilità di beneficiare delle fasi in cui il costo del denaro scende.
La storia degli ultimi decenni mostra quanto questa possibilità sia stata importante. Dopo le fasi di tassi elevati dei primi anni Duemila e della crisi finanziaria del 2008, l’Euribor è progressivamente diminuito, fino a raggiungere valori negativi per diversi anni. In quel periodo molti mutuatari a tasso variabile hanno beneficiato di rate particolarmente contenute, mentre chi aveva scelto il fisso ha continuato a pagare il tasso stabilito originariamente.

Poi, tra il 2022 e il 2023, lo scenario è cambiato rapidamente. L’aumento dell’inflazione ha portato la Banca centrale europea a una stretta monetaria particolarmente intensa. L’Euribor è salito in poco tempo e le rate dei mutui variabili sono aumentate sensibilmente. Proprio in quel momento il tasso fisso ha mostrato la propria funzione protettiva.
Questo non significa che il variabile fosse stata una scelta sbagliata. Significa che il mutuatario aveva scelto di trattenere su di sé il rischio di oscillazione dei tassi. Per molti anni questo rischio era stato compensato da un costo inferiore. Quando il ciclo è cambiato, la protezione non c’era.
Nel lungo periodo il variabile può risultare mediamente più conveniente proprio perché chi lo sceglie si assume un rischio che, nel fisso, viene trasferito alla banca. Ma non tutti hanno la stessa capacità di sostenere tale rischio.
Una famiglia con redditi elevati, una buona disponibilità finanziaria e una rata iniziale molto inferiore rispetto alle proprie entrate può affrontare con maggiore serenità un eventuale aumento dei tassi. In questo caso il variabile può rappresentare una scelta razionale, soprattutto se il mutuo ha una durata non eccessivamente lunga o se si prevede di effettuare rimborsi anticipati.
Una famiglia che utilizza invece una parte significativa del proprio reddito per pagare la rata potrebbe trovarsi in difficoltà anche davanti a un incremento apparentemente contenuto. In questa situazione il fisso può risultare più adatto, non necessariamente perché costerà meno, ma perché protegge la sostenibilità del bilancio familiare.
La vera domanda, quindi, non dovrebbe essere soltanto quale tasso sarà più conveniente, ma quanto aumento della rata si sarebbe in grado di sopportare senza compromettere il proprio equilibrio economico.
Un incremento di cento euro mensili può essere irrilevante per una famiglia e molto pesante per un’altra. La stessa scelta finanziaria può quindi essere corretta per una persona e completamente inadeguata per un’altra.
Tra il fisso e il variabile tradizionale esiste poi una terza soluzione che merita attenzione: il mutuo a tasso variabile con rata costante.
A prima vista potrebbe sembrare il compromesso perfetto. Il tasso segue l’andamento dell’Euribor, ma la rata mensile rimane invariata o comunque entro i limiti stabiliti dal contratto. In questo modo la famiglia non deve affrontare aumenti improvvisi dell’esborso mensile e può continuare a pianificare il proprio bilancio con maggiore tranquillità.
Ma anche in questo caso il rischio non scompare. Viene semplicemente spostato.
Nel variabile tradizionale, quando i tassi aumentano, cresce la rata, mentre la durata del finanziamento rimane normalmente invariata. Nel variabile a rata costante, invece, l’importo mensile resta stabile, ma può cambiare la durata del mutuo.
Quando il tasso sale, una parte maggiore della rata viene assorbita dagli interessi e una parte minore viene utilizzata per ridurre il capitale. Il debito si estingue quindi più lentamente e il piano di ammortamento può allungarsi, entro i limiti previsti dal contratto. Quando i tassi scendono, avviene il contrario: una quota maggiore della rata rimborsa il capitale e la durata può ridursi.
Il variabile a rata costante non trasforma quindi il finanziamento in un mutuo a tasso fisso. La rata può rimanere stabile, ma il costo complessivo e la data di estinzione del debito possono cambiare.
È una soluzione particolarmente interessante per chi desidera beneficiare, almeno potenzialmente, della convenienza del variabile, ma non vuole esporre il bilancio familiare a improvvisi aumenti della rata. In cambio, deve accettare la possibilità che il mutuo duri più a lungo e che gli interessi complessivamente pagati aumentino.
In alcuni contratti sono inoltre previsti una durata massima, un limite all’allungamento o particolari meccanismi di ricalcolo. Se i tassi dovessero salire molto e rimanere elevati a lungo, potrebbe essere prevista una rata finale più consistente oppure una revisione dell’importo mensile. Per questo è fondamentale leggere attentamente le condizioni contrattuali e non fermarsi alla sola espressione “rata costante”.
Il confronto tra le tre soluzioni può essere riassunto in modo semplice. Con il tasso fisso si bloccano la rata e la durata, ma si rinuncia alla possibilità di beneficiare automaticamente di una riduzione dei tassi. Con il variabile tradizionale si mantiene definita la durata, ma si lascia libera la rata. Con il variabile a rata costante si stabilizza la rata, ma si lascia più libera la durata.
Il rischio, in altre parole, non viene mai completamente eliminato. Può essere trasferito, trasformato o reso più sostenibile, ma rimane parte integrante di ogni scelta finanziaria.
Anche il momento in cui viene acceso il mutuo ha una grande importanza. Scegliere un fisso quando l’Eurirs è particolarmente elevato può significare bloccare per molti anni un costo importante. Sceglierlo quando i tassi di mercato sono storicamente bassi può invece rappresentare un’occasione difficilmente ripetibile.
Allo stesso modo, sottoscrivere un variabile quando l’Euribor è già molto elevato può essere interessante se si ritiene che il ciclo monetario sia vicino al proprio massimo e che nei successivi anni i tassi possano scendere. Ma questa resta un’aspettativa, non una certezza.
L’Euribor tende a reagire più rapidamente alle decisioni della Banca centrale europea. L’Eurirs, invece, incorpora le aspettative di mercato sui tassi futuri. Per questo il tasso fisso può iniziare a scendere prima che la BCE riduca ufficialmente i propri tassi, oppure può salire quando il variabile appare ancora stabile.
Aspettare una decisione ufficiale della banca centrale per valutare il fisso può quindi significare arrivare tardi, perché il mercato potrebbe aver già anticipato quella decisione.
Un altro elemento spesso trascurato è che la scelta iniziale non deve necessariamente rimanere immutabile per tutta la vita del mutuo. La normativa consente, in presenza delle condizioni necessarie, di ricorrere alla surroga e trasferire gratuitamente il finanziamento presso un’altra banca, modificando il tasso, la durata o le caratteristiche del contratto.
Chi sceglie oggi un tasso fisso potrebbe quindi valutare in futuro una surroga se le condizioni diventassero più favorevoli. Allo stesso modo, chi sceglie il variabile potrebbe passare al fisso qualora ritenesse non più sostenibile l’esposizione alle oscillazioni dei tassi.
La surroga offre flessibilità, ma non deve essere considerata una garanzia. Non è possibile sapere quali condizioni saranno disponibili in futuro, quale sarà il capitale residuo, quali politiche adotteranno le banche o se il profilo reddituale del mutuatario sarà ancora adeguato. La possibilità di modificare il mutuo è un’opportunità, non una strategia certa.
Alla fine, stabilire quale sia la soluzione migliore significa innanzitutto comprendere che “migliore” può avere significati differenti. Può significare pagare meno interessi complessivi. Può significare avere una rata sempre sostenibile. Può significare dormire tranquilli senza controllare l’Euribor. Può significare mantenere la possibilità di beneficiare dei futuri tagli dei tassi. Può significare sapere con precisione quando il debito terminerà.
Storicamente il variabile ha mostrato un tasso medio inferiore e, su orizzonti molto lunghi, può effettivamente rappresentare la soluzione economicamente più conveniente. Ma questo vantaggio non è gratuito: deriva dall’assunzione del rischio che la rata possa aumentare anche in modo significativo per alcuni anni.
Il fisso può costare mediamente di più, ma crea una zona di comfort. Trasforma un futuro incerto in un impegno conosciuto e programmabile. Per alcune famiglie questa certezza è più importante del possibile risparmio.
Il variabile a rata costante rappresenta invece un compromesso interessante. Consente di stabilizzare l’esborso mensile, mantenendo un collegamento con l’andamento dei tassi di mercato. Non elimina però il rischio, perché un aumento dell’Euribor può tradursi in una maggiore durata e in un costo complessivo superiore.
La domanda corretta, quindi, non è semplicemente se sia meglio il fisso o il variabile. La domanda è quale tipo di incertezza si è disposti ad accettare.
Con il fisso si paga per non avere sorprese. Con il variabile si accetta l’incertezza nella speranza, storicamente spesso fondata, di sostenere un costo medio inferiore. Con il variabile a rata costante si protegge il presente, accettando che possa cambiare la durata del futuro.
Poi ci sarebbe anche l’opzione del tasso variabile con il Cap (tetto massimo) ma non voglio mettere troppa “carne al fuoco”. Di tipologie ce ne sono un’infinità…
Il mutuo migliore non è necessariamente quello con il tasso iniziale più basso e nemmeno quello che offre la maggiore tranquillità. È quello che rimane sostenibile anche quando lo scenario cambia, senza costringere la famiglia a sacrificare i propri progetti, la propria liquidità e la propria serenità.
Quando si parla di debiti di lunga durata, la convenienza non consiste soltanto nel pagare meno, ma nel riuscire a mantenere gli impegni assunti in qualunque fase del ciclo economico.


