Costo, valore e comportamento

“Time in the market beats timing the market — almost always”  – Kenneth Fisher

(Il tempo nel mercato batte il tentativo di azzeccare il momento giusto — quasi sempre.)

Negli ultimi anni il dibattito tra sostenitori della gestione attiva, della gestione passiva e della consulenza indipendente si è acceso intorno a un punto preciso: quanto contano i costi?

Il tema non è banale. Sappiamo che, a parità di condizioni, un investimento con costi più bassi tende a produrre un rendimento netto superiore. È matematica finanziaria di base, se il mercato offre un rendimento medio annuo del 6% e un fondo costa il 2%, il margine per l’investitore si riduce drasticamente. Non a caso studi come lo SPIVA Scorecard di S&P mostrano che la maggioranza dei fondi attivi, nel lungo periodo, fatica a battere i benchmark proprio a causa dei costi cumulati.

Eppure, fermarsi qui rischia di semplificare troppo. Come ricordano alcuni studi di Dalbar, società indipendente di ricerca e valutazione nel settore finanziario, fondata nel 1976 e affermata come autorità nel valutare le pratiche operative, le performance verso i clienti, la qualità dei prodotti e i servizi di numerosi attori del mondo della finanza, non è detto che chi paga meno ottenga di più. Anzi, paradossalmente, in certi casi è accaduto il contrario. Gli investitori in prodotti più costosi (come alcune annuities americane) hanno registrato risultati migliori rispetto a chi aveva strumenti a basso costo. Perché?

La risposta non è nei costi, ma nei comportamenti.

Chi paga di più, spesso, finisce per “toccare meno” i propri investimenti, riducendo errori di timing e scelte emotive. Chi paga meno, al contrario, si sente libero di operare continuamente, inseguendo mode, settori del momento o consigli trovati su forum e social, finendo col peggiorare i rendimenti.

Qui entra in gioco il ruolo della consulenza finanziaria.

Il costo di un servizio è sempre visibile (TER, commissioni, parcelle), ma il valore è spesso invisibile. Pensiamo alla protezione dagli errori alla pianificazione di lungo periodo, al sostegno psicologico nei momenti di crisi.

Meglio un 5% netto costante per dieci anni, che un 9% lordo interrotto da panico e disinvestimenti al momento sbagliato. La vera domanda non è “quanto costa?”, ma “quanto vale?”.

Il supporto di un consulente mi ha aiutato a fare scelte migliori? Ha evitato che sbagliassi nei momenti cruciali? Ha dato coerenza e visione alla mia strategia patrimoniale?

Se la risposta è sì, quel costo non è un peso ma un investimento.

Molti confronti tra ETF e fondi vengono svolti in modo superficiale. Gli studi di Morningstar mostrano che solo una minoranza di fondi batte l’indice di riferimento nel lungo termine, ma la vera questione è la persistenza nel mercato, chi batte il mercato in un anno, raramente lo batte l’anno successivo.

Eppure non ha senso ridurre la scelta al solo strumento. Né ETF né fondi sono “migliori” in assoluto. Entrambi possono essere validi, se inseriti in una strategia coerente.

Come ricordano diversi professionisti del settore, il punto non è il veicolo, ma la pianificazione complessiva, la diversificazione, l’orizzonte temporale, la coerenza con gli obiettivi di vita.

Alla fine, il nodo è sempre lo stesso: competere sul prezzo porta a una corsa al ribasso, che nel lungo periodo non crea valore né per il cliente né per il consulente. Il vero vantaggio competitivo nasce altrove, nella capacità di generare fiducia, offrire una guida costante e costruire strategie che resistano al tempo e alle emozioni dei mercati.

Chi sceglie un investimento non dovrebbe chiedersi solo “quanto mi costa?”, ma soprattutto se questo percorso mi permetterà di raggiungere i miei obiettivi senza farmi deviare dalle emozioni del mercato.

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