L’Eterno ritorno dell’uguale

“Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione – e così pure questo ragno e questo lume di luna tra i rami e così pure questo attimo e io stesso. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello della polvere!”– Friedrich Nietzsche

Friedrich Nietzsche nasce nel 1844 in una famiglia profondamente religiosa. Il padre è un pastore protestante e muore quando Nietzsche è ancora bambino; questa perdita precoce segna il suo carattere e il suo rapporto con l’idea di Dio, che diventerà centrale, e conflittuale, in tutta la sua filosofia. È un ragazzo brillante, studia filologia classica, ama i testi antichi, la musica, la cultura greca. A soli ventiquattro anni ottiene una cattedra universitaria a Basilea, un risultato straordinario, ma dietro questo successo si nasconde già una fragilità profonda. Nietzsche è spesso malato, soffre di dolori cronici, problemi alla vista, crisi nervose che lo accompagnano per tutta la vita.

Con il passare degli anni la sua salute peggiora e lo costringe ad abbandonare l’università. Da quel momento inizia una vita errante, solitaria, fatta di piccoli alloggi, pensioni di montagna e lunghe passeggiate. È in questo periodo che Nietzsche scrive le sue opere più importanti. Vive ai margini, lontano dai circuiti accademici, spesso incompreso, quasi ignorato. La sua filosofia nasce in condizioni di isolamento e sofferenza, ma anche di estrema libertà: non deve rendere conto a nessuno, può spingersi dove vuole con il pensiero.

Nell’estate del 1881 Nietzsche si trova a Sils Maria, in Engadina, un luogo che diventa per lui quasi simbolico. Cammina per ore, perché per lui pensare significa muoversi, sentire il corpo, stare all’aperto. È durante una di queste passeggiate, vicino al lago di Silvaplana, che viene colpito da quella che descriverà come un’intuizione improvvisa, quasi insopportabile per la sua intensità. Qui nasce il pensiero dell’eterno ritorno all’identico. Non nasce come una frase elegante, ma come una domanda che pesa, che schiaccia: e se tutto ciò che accade fosse destinato a ripetersi infinite volte, esattamente uguale?

Nietzsche non costruisce questa idea come una teoria scientifica sul tempo o sull’universo. Non gli interessa dimostrare che il mondo funzioni davvero così. Quello che gli importa è l’effetto che questa ipotesi ha sull’uomo. Per questo introduce l’eterno ritorno sotto forma di racconto. In La gaia scienza immagina un demone che si presenta a un uomo nel momento più solitario della sua vita e gli annuncia che ogni istante, ogni dolore e ogni gioia torneranno identici per l’eternità. La reazione dell’uomo è la vera risposta alla domanda: disperazione totale o accettazione piena?

L’eterno ritorno diventa così una prova esistenziale. Se la vita dovesse ripetersi infinite volte, saresti in grado di dire sì a ciò che stai vivendo? Oppure la vivresti come una condanna?

È qui che questo pensiero, apparentemente lontano, incontra in modo sorprendente il comportamento dell’investitore moderno.

Nietzsche non ha mai scritto di mercati finanziari, ma l’idea dell’eterno ritorno dell’uguale parla direttamente alla finanza, perché i mercati, prima ancora di essere numeri e grafici, sono fatti di uomini. E gli uomini tendono a ripetere se stessi. Ogni ciclo di mercato sembra diverso, eppure è sempre lo stesso. Cambiano i nomi, cambiano gli strumenti, cambiano le tecnologie, ma le emozioni restano identiche. Euforia quando tutto sale, paura quando tutto scende, rimpianto per non aver comprato prima, panico per aver investito “nel momento sbagliato”. È un eterno ritorno, non dei prezzi, ma dei comportamenti.

L’investitore moderno vive spesso come se ogni evento fosse unico, irripetibile, straordinario. E proprio per questo reagisce sempre allo stesso modo. Vive inseguendo ciò che è già successo o proiettandosi in avanti, sperando che il futuro ripari le scelte sbagliate del presente. Ma l’eterno ritorno, applicato alla finanza, pone una domanda scomoda: se dovessi rivivere infinite volte il tuo modo di investire, lo rifaresti così com’è? Rivivresti le stesse decisioni impulsive, le stesse corse dietro ai rendimenti, le stesse vendite dettate dalla paura?

Il problema non è il mercato che sale o che scende. Il problema è il comportamento che ritorna sempre identico. Ogni crisi viene vissuta come se fosse la prima. Ogni fase di euforia come se fosse l’ultima occasione. Eppure la storia finanziaria ci mostra che i mercati cambiano forma, ma l’animo umano no. L’investitore che non accetta questa realtà è destinato a ripetere, ciclo dopo ciclo, gli stessi errori.

Qui l’eterno ritorno smette di essere una condanna e diventa una possibilità. Se so che le emozioni torneranno, posso prepararmi. Se so che la paura arriverà, posso costruire prima un metodo. Se so che l’euforia mi farà sentire invincibile, posso decidere in anticipo come comportarmi. Pianificare, allora, significa accettare che il passato tornerà sotto altre forme.

Nietzsche parlava di “amor fati”, dell’amare il proprio destino. Nell’investimento questo significa accettare che l’incertezza non è un difetto del sistema, ma la sua natura.

Volatilità, fasi negative, attese lunghe non sono incidenti di percorso, ma parte integrante del viaggio.

L’investitore che cerca di eliminarle vive in perenne frustrazione. Quello che le accetta costruisce strategie più coerenti, più sostenibili, più umane.

L’eterno ritorno applicato alla finanza non chiede di indovinare il prossimo movimento del mercato. Chiede qualcosa di più difficile: costruire un comportamento che saresti disposto a ripetere per tutta la vita. Un metodo che non dipenda dall’umore del momento, un piano che regga anche quando il mercato ti mette alla prova.

Perché investire bene non significa fare la scelta perfetta una volta, ma fare scelte sensate che possano essere ripetute nel tempo.

Se davvero i mercati sono un eterno ritorno di cicli, emozioni e illusioni, la vera libertà dell’investitore non sta nel battere il mercato, ma nel non essere più schiavo delle proprie reazioni. Vivere, e investire, in modo tale da poter dire sì anche quando il ciclo ricomincia. Perché ciò che ritorna sempre non è il mercato. Siamo noi. E sta a noi decidere se tornare identici o un po’ più consapevoli.

Un nuovo anno finanziario sta ricominciando. È il momento giusto per fermarsi, guardarsi dentro e chiedersi che investitore si vuole essere, e che ruolo deve avere il denaro nella propria vita.

 

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