Coprirsi o non coprirsi… questo è il dilemma

“Il rischio nasce dal non sapere cosa stai facendo.” – Warren Buffett

Il 2025 è iniziato con un colpo di scena sul mercato valutario: il dollaro ha perso terreno in modo marcato. L’indice DXY, che misura la forza del biglietto verde rispetto alle principali valute mondiali, ha registrato un calo di oltre il 10% nei primi mesi dell’anno, segnando il peggior avvio degli ultimi cinquant’anni. Il taglio dei tassi da parte della Federal Reserve ha alimentato la debolezza, anche se nelle ultime settimane si intravedono segnali di stabilizzazione e rimbalzi tattici. Ma il quadro resta incerto perchè oltre ai differenziali di tasso, pesano fattori come la crescita economica americana, i deficit e i flussi di capitale internazionali.

In questo scenario la domanda per l’investitore in euro è naturale: conviene coprirsi dal rischio di cambio oppure no?

Cos’è la copertura (e perché non è gratis)

Coprire il rischio di cambio significa neutralizzare l’effetto delle oscillazioni dell’euro-dollaro sui rendimenti di un investimento in valuta estera. In pratica, si usano contratti forward per “bloccare” il cambio. Questo riduce la volatilità, ma ha un costo. Nel lungo periodo, quel costo tende a riflettere il differenziale dei tassi d’interesse a breve tra le due valute. Se i tassi USA sono più alti di quelli europei, coprirsi sul dollaro diventa un onere ricorrente per l’investitore europeo; se i tassi convergono o si invertono, la copertura diventa meno costosa, a volte addirittura un vantaggio.

Quando si parla di azioni globali, la copertura serve soprattutto a ridurre la volatilità in euro. Non è detto però che aumenti i rendimenti, in alcuni mercati, come quello giapponese, ha persino aumentato il rischio in certi periodi. Per questo grandi gestori come Vanguard consigliano di considerarla uno strumento di gestione del rischio, non un generatore di extra rendimento. Se l’orizzonte d’investimento è lungo e si accetta un po’ di oscillazione, mantenere una parte del portafoglio azionario scoperta può essere utile. Permette infatti di beneficiare di eventuali fasi di rafforzamento del dollaro, che in passato si è rivelato anche una valuta rifugio nei momenti di tensione.

Diverso il discorso per le obbligazioni. L’obiettivo di chi investe in bond è tipicamente la stabilità, non l’assunzione di rischi aggiuntivi. Inserire il rischio di cambio nella gamba obbligazionaria rischia di annullare i benefici della diversificazione. Per questo motivo, la prassi dei grandi gestori è quella di coprire sistematicamente i portafogli obbligazionari globali. Non solo, per l’investitore europeo, la copertura consente anche di “portarsi a casa” il differenziale di rendimento quando i tassi esteri sono più alti, stabilizzando così il rendimento complessivo. Si pò in tutti i casi valutare la non copertura se si adottando strategie di investimento sistemico

I vantaggi quindi della copertura sono evidenti, minore volatilità del portafoglio in euro e rendimenti più prevedibili, soprattutto sui bond. I contro sono legati ai costi, al roll dei contratti forward e alle commissioni aggiuntive dei fondi “hedged”. Inoltre, una copertura totale fa perdere quella forma di diversificazione che la valuta estera può offrire nei momenti di stress dei mercati.

Un mix quindi è la soluzione migliore

Ecco allora che la soluzione più equilibrata per un investitore europeo è il mix. Sulle azioni globali, una ripartizione 50/50 tra strumenti coperti e non coperti permette di bilanciare i due mondi, stabilità da un lato, diversificazione dall’altro. Questo mix non è fisso, ma può essere aggiustato in base al contesto. Se il costo della copertura diventa elevato perché i tassi USA sono molto superiori a quelli europei, si può aumentare la quota coperta per proteggere i rendimenti. Se invece i costi si abbassano, ha senso lasciare più spazio alla parte scoperta. Sulle obbligazioni, invece, la copertura resta la scelta di default: qui il rischio di cambio non aggiunge valore, anzi tende a complicare la vita all’investitore.

Contenuto dell’articolo

Alla luce del contesto attuale, con un dollaro che ha già corretto molto ma che mostra ancora rimbalzi tattici, non ha senso polarizzarsi. Una quota non coperta offre protezione se il dollaro dovesse tornare a rafforzarsi, mentre la parte coperta evita che ulteriori indebolimenti erodano i rendimenti in euro. In sintesi, diversificare anche nella gestione del cambio è un modo intelligente per gestire l’incertezza.

Concludendo la scelta tra copertura e non copertura non è un aut-aut. È piuttosto una leva di gestione del rischio da calibrare in base all’orizzonte temporale, agli obiettivi e al contesto dei tassi. Copertura totale sulle obbligazioni, equilibrio dinamico sulle azioni, così il rischio di cambio diventa un alleato e non un ostacolo, a patto che i differenziali di rendimento ne giustifichino l’utilizzo.

 

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