La proposta arriva spesso dopo molti anni di lavoro insieme.
L’azienda è cresciuta, tu hai assunto responsabilità sempre maggiori, conosci clienti, fornitori, dipendenti e numeri quasi quanto l’imprenditore. Un giorno, magari al termine di una riunione o durante una conversazione apparentemente informale, arriva una frase che cambia la prospettiva:
“Abbiamo pensato che potresti entrare in società.”
Essere invitati a diventare soci dell’azienda nella quale si lavora viene percepito quasi inevitabilmente come un riconoscimento. Significa essere considerati importanti, avere dimostrato affidabilità e poter partecipare, finalmente, anche alla crescita economica dell’impresa che fino a quel momento abbiamo contribuito a costruire soprattutto con il nostro lavoro.
A volte è davvero una grande opportunità.
Ma proprio perché il coinvolgimento personale è forte, è facile valutare quella proposta pensando soprattutto a ciò che rappresenta professionalmente e molto meno a ciò che comporta dal punto di vista patrimoniale.
Perché passare da dipendente, dirigente o collaboratore a socio significa fare qualcosa di molto preciso: trasformare una parte del proprio patrimonio personale in capitale di rischio della stessa azienda dalla quale, spesso, dipende già il proprio reddito.
E’ qui che nasce il bivio.
Accettare significa partecipare maggiormente alla crescita dell’impresa, avere la possibilità di beneficiare dell’aumento del suo valore e, in alcuni casi, acquisire anche un peso maggiore nelle decisioni future.
Rimanere fuori significa rinunciare a una possibile opportunità economica, ma conservare maggiore libertà finanziaria e mantenere separati il proprio patrimonio e la propria vita professionale.
Entrambe le strade possono essere ragionevoli, ma dobbiamo valutare che cosa stiamo realmente acquistando.
Una quota societaria non è soltanto una percentuale.
Il 5%, il 10% o il 20% scritto su un contratto dice quanto possediamo, ma non racconta da solo quale potere avremo, quali informazioni potremo ottenere, come verranno prese le decisioni, se gli utili saranno distribuiti, quali investimenti potrebbero essere richiesti in futuro e, soprattutto, in quali condizioni potremo un giorno vendere quella partecipazione.
Una quota del 10% di un’azienda straordinaria può rappresentare un investimento eccellente, ma possedere il 10% significa anche che qualcun altro continuerà a decidere per il restante 90%.
Il prezzo è soltanto uno degli elementi della valutazione.
Occorre comprendere il valore dell’impresa, naturalmente, ma anche leggere lo statuto, conoscere gli accordi tra i soci, capire come sono distribuiti i diritti di voto, se esistono clausole che regolano la cessione delle quote e che cosa succederebbe se, tra qualche anno, i rapporti professionali dovessero cambiare.
Perché oggi potremmo entrare in società con persone che conosciamo da vent’anni e con le quali abbiamo costruito un rapporto di grande fiducia, ma una partecipazione societaria può durare più a lungo di un rapporto professionale. E’ proprio il tempo a rendere questa decisione diversa da molte altre.
Prendiamo il caso di un manager di 46 anni.
Lavora da quindici anni nella stessa azienda, guadagna bene, ha costruito nel tempo un patrimonio finanziario di circa 400.000 euro e ha ancora davanti molti anni di attività professionale. L’imprenditore gli propone di acquistare il 15% della società per 250.000 euro.
L’azienda è sana, redditizia e lui la conosce molto bene. Probabilmente meglio di qualsiasi altro investimento che potrebbe valutare sui mercati finanziari. La proposta appare interessante.
Se l’impresa continuerà a crescere, quei 250.000 euro potrebbero trasformarsi in un patrimonio molto più importante. Inoltre diventare socio potrebbe permettergli di partecipare alla distribuzione degli utili e alla creazione di valore futuro.
Ma osserviamo la stessa decisione da un’altra prospettiva.
Quei 250.000 euro rappresentano oltre la metà del patrimonio finanziario che ha costruito fino a quel momento. E soprattutto verrebbero investiti nella stessa azienda dalla quale dipendono già il suo stipendio, la sua carriera e buona parte delle sue prospettive professionali future.
Se l’impresa continuerà ad andare bene, probabilmente cresceranno insieme il suo reddito e il valore della partecipazione.
Ma se l’impresa attraversasse una crisi importante, potrebbe accadere esattamente il contrario: il valore della quota potrebbe diminuire proprio nello stesso momento in cui diventasse meno sicuro anche il suo reddito professionale.
Questo è uno degli aspetti che considero più interessanti quando si valuta l’ingresso in società. Normalmente pensiamo alla diversificazione riferendoci agli investimenti finanziari. Evitiamo di concentrare tutto il patrimonio in un’unica azione, in un solo settore o in un unico Paese.
Poi però possiamo arrivare a concentrare contemporaneamente reddito, carriera e patrimonio nella stessa aziendasenza percepire quella scelta come una concentrazione del rischio.
Per un imprenditore questo legame è quasi inevitabile. La sua azienda rappresenta spesso gran parte del patrimonio costruito durante la vita. Per chi deve decidere se diventarlo, invece, quella concentrazione è ancora una scelta.
Questo è probabilmente il punto cieco più importante di questa decisione: si può diventare soci di un’azienda che conosciamo perfettamente e, proprio per questo, sottovalutare quanto poco stiamo diversificando il nostro futuro.
Naturalmente questo non significa che rimanere fuori sia necessariamente più prudente.
Esistono aziende nelle quali entrare come soci può rappresentare una delle migliori decisioni patrimoniali della vita. Un’impresa solida, con debito sostenibile, buoni margini, una posizione competitiva forte e prospettive credibili può continuare a creare valore per molti anni, e conoscere profondamente quell’azienda può costituire un vantaggio enorme.
Ma conoscere un’impresa perché ci lavoriamo non equivale automaticamente ad averla analizzata come investitori.
Da dipendenti possiamo sapere che i clienti sono soddisfatti, che gli ordini aumentano e che il prodotto funziona. Da soci dobbiamo iniziare a osservare anche la struttura finanziaria, la generazione di cassa, il debito, gli investimenti necessari, la dipendenza da pochi clienti, la successione dell’imprenditore e le possibili necessità di capitale future.
C’è poi un’altra differenza: da collaboratore possiamo decidere, prima o poi, di cambiare azienda.
Da socio potrebbe essere molto più difficile cambiare investimento.
Una partecipazione in una società non quotata non dispone necessariamente di un mercato nel quale venderla rapidamente. Potremmo trovare un acquirente, gli altri soci potrebbero essere interessati oppure potrebbero esistere regole precise per il trasferimento della partecipazione. Ma la possibilità di uscire dovrebbe essere valutata prima di entrare, non quando avremo bisogno di farlo.
Un investimento che non sappiamo come liquidare richiede un orizzonte completamente diverso da un capitale che possiamo rendere disponibile in pochi giorni.
Lo stesso ragionamento riguarda gli utili.
Possedere una parte dell’azienda non significa necessariamente ricevere ogni anno una parte proporzionale dei profitti in contanti. L’impresa potrebbe decidere di reinvestire gli utili, finanziare nuovi macchinari, realizzare un’acquisizione o rafforzare il patrimonio.
Scelte perfettamente sensate per l’azienda possono però essere molto diverse dalle necessità finanziarie personali del socio.
Ecco perché, prima ancora di chiedersi quanto potrà rendere quella partecipazione, sarebbe utile capire quanto del proprio patrimonio possiamo permetterci di rendere illiquido e legare all’impresa per molti anni.
Poi ci sono gli impegni che possono nascere dopo l’ingresso.
Un aumento di capitale, una nuova acquisizione o un finanziamento importante possono porre il socio davanti a ulteriori decisioni. Anche eventuali garanzie personali richieste dal sistema bancario meritano una valutazione separata: diventare socio di una società di capitali non equivale automaticamente a mettere a rischio tutto il proprio patrimonio personale per i debiti della società, ma sottoscrivere volontariamente una garanzia personale modifica radicalmente l’esposizione economica.
Una firma può trasformare un investimento limitato nella quota acquistata in un rischio patrimoniale molto più ampio.
Per questo entrare in società dovrebbe essere considerato contemporaneamente da almeno due prospettive: quella dell’impresa e quella della persona che sta investendo.
L’azienda potrebbe avere bisogno proprio di noi. Potrebbe essere un progetto nel quale crediamo profondamente. Potremmo desiderare di partecipare alla crescita e sentirci pronti ad assumere maggiori responsabilità.
Tutto questo conta, ma conta anche sapere che cosa rimarrà fuori dall’azienda.
Una riserva di sicurezza, altri investimenti, la casa, la previdenza, il patrimonio destinato ai figli, la capacità di affrontare un periodo senza reddito e quella di cambiare strada se un giorno ne avessimo bisogno.
Perché diventare soci può aumentare enormemente le possibilità economiche future, ma inevitabilmente riduce una parte della libertà che deriva dal mantenere il patrimonio separato dall’attività professionale.
Il punto, quindi, non è avere paura di entrare, è evitare di confondere un riconoscimento professionale con una decisione patrimoniale.
Essere considerati abbastanza importanti da ricevere una quota dell’azienda può essere motivo di soddisfazione. Acquistarla, però, significa utilizzare denaro costruito in anni di lavoro e decidere dove collocare una parte del proprio futuro.
Quella decisione merita domande diverse da quelle che faremmo come dipendenti.
Quanto vale davvero l’impresa? Quale ruolo avrò nelle decisioni? Quanto capitale sto concentrando nella stessa attività che già genera il mio reddito? Potrei aver bisogno di altro denaro in futuro? Come potrò uscire? E soprattutto: se tra dieci anni l’azienda non fosse più quella che conosco oggi, quanto della mia libertà dipenderebbe ancora da lei?
Entrare come socio può essere una grande occasione, ma forse il momento in cui un’azienda ci invita a entrare nel proprio capitale è anche quello in cui dovremmo osservare con maggiore attenzione il capitale che abbiamo costruito fuori da essa.
Diventare soci significa condividere il futuro di un’impresa, ma prima di farlo, vale la pena capire quanto del nostro futuro siamo davvero disposti a condividere con lei.