“Nulla è permanente, tranne il cambiamento.” – Eraclito

Alcuni grafici raccontano l’andamento dei mercati, altri, invece, raccontano la loro natura. Quello che mostra come, dal 1996 a oggi, soltanto 135 delle 500 aziende originarie dell’S&P 500 siano ancora presenti nell’indice appartiene senza dubbio alla seconda categoria.

A prima vista potrebbe sembrare una semplice curiosità statistica. In realtà racchiude una delle lezioni più importanti che un investitore possa imparare.

In poco più di trent’anni quasi tre aziende su quattro sono uscite dall’indice più rappresentativo del mercato americano. Alcune sono state acquisite, altre hanno perso competitività, altre ancora sono semplicemente state superate da imprese capaci di interpretare meglio il proprio tempo. Non significa necessariamente che fossero cattive aziende. Significa, piuttosto, che il mondo non è rimasto fermo.

 

Sono cambiati i bisogni delle persone, i consumi, le tecnologie, i modelli di business e, inevitabilmente, sono cambiate anche le aziende che hanno saputo creare valore.

Questa è forse la caratteristica più affascinante dei mercati finanziari: non premiano ciò che è stato, ma ciò che sarà.

Nel 1996 Internet era ancora agli inizi. Google non esisteva, Amazon vendeva soltanto libri online, Netflix spediva DVD per posta, Apple attraversava uno dei momenti più difficili della propria storia e NVIDIA era una società conosciuta quasi esclusivamente da una ristretta nicchia di appassionati di informatica. Al contrario, aziende come General Electric, Exxon, Intel, Cisco, IBM o Kodak rappresentavano punti di riferimento apparentemente inattaccabili.

Se qualcuno avesse provato a immaginare la classifica delle società più grandi del mondo trent’anni dopo, difficilmente avrebbe previsto quella che osserviamo oggi.

Ed è proprio questo il punto.

Il successo di un’azienda non è mai definitivo. Deve essere continuamente conquistato, difeso e reinventato. La storia economica è una continua successione di leadership che si alternano, di innovazioni che sostituiscono quelle precedenti e di imprese che riescono a interpretare meglio il cambiamento.

L’economista Joseph Schumpeter definiva questo processo “distruzione creatrice”. Ogni rivoluzione tecnologica porta con sé nuovi vincitori e nuovi sconfitti. È accaduto con l’elettricità, con l’automobile, con Internet e con gli smartphone. Oggi stiamo vivendo una trasformazione altrettanto profonda grazie all’intelligenza artificiale.

Negli ultimi anni l’attenzione degli investitori si è concentrata sulle cosiddette Magnifiche 7: Apple, Microsoft, NVIDIA, Amazon, Alphabet, Meta e Tesla. Aziende che hanno trainato una parte significativa della crescita del mercato americano, contribuendo in modo determinante ai nuovi massimi raggiunti dagli indici azionari.

Sarebbe però riduttivo attribuire il loro successo esclusivamente all’entusiasmo degli investitori. Dietro queste valutazioni esistono investimenti senza precedenti nelle infrastrutture digitali, nei semiconduttori, nei data center, nel cloud computing e nello sviluppo dell’intelligenza artificiale. Si stanno costruendo le fondamenta tecnologiche sulle quali poggeranno molti dei servizi, delle imprese e delle professioni del futuro.

Ed è qui che emerge un aspetto che merita una riflessione più ampia.

Quando si parla di investire nell’MSCI World, molti immaginano un indice perfettamente distribuito tra tutti i principali Paesi del mondo. La realtà è diversa. Oggi oltre il 72% dell’intero indice è rappresentato da società statunitensi. In altre parole, chi investe nell’indice mondiale investe soprattutto nella capacità degli Stati Uniti di continuare a guidare l’innovazione globale.

Ma il dato diventa ancora più interessante osservando la parte alta della classifica. Le prime dieci società rappresentano da sole circa il 26% dell’intera capitalizzazione dell’MSCI World e nove di queste sono aziende americane. NVIDIA, Apple, Microsoft, Amazon, Alphabet, Broadcom, Micron, Meta e Tesla sono oggi il cuore pulsante dell’innovazione mondiale. È proprio attorno a loro che si stanno sviluppando i grandi investimenti nei semiconduttori, nell’intelligenza artificiale, nel cloud, nelle infrastrutture digitali e nella capacità di calcolo che alimenterà la prossima generazione di applicazioni tecnologiche.

 

 

Qualcuno potrebbe osservare che una simile concentrazione rappresenti un rischio. È un’osservazione legittima, ma merita una precisazione. Gli indici non distribuiscono il peso delle aziende in modo uniforme: riflettono il valore che il mercato attribuisce a ciascuna impresa. Più un’azienda cresce, innova e genera utili, maggiore diventa il suo peso all’interno dell’indice. Allo stesso modo, quando perde competitività, viene progressivamente ridimensionata o sostituita.

È esattamente lo stesso meccanismo che, negli ultimi trent’anni, ha portato all’uscita di oltre il 70% delle aziende che componevano l’S&P 500 nel 1996.

Questo significa che gli indici non sono semplici fotografie statiche dell’economia, ma organismi dinamici che si evolvono insieme al mondo. Continuano a rinnovarsi, sostituendo progressivamente le imprese che hanno concluso il proprio ciclo di crescita con quelle che stanno costruendo il futuro.

Naturalmente nessuno può affermare con certezza che le Magnifiche 7 saranno ancora i leader indiscussi tra venti o trent’anni. Anzi, la storia suggerisce il contrario. Ogni epoca ha avuto le proprie aziende simbolo. Negli anni Settanta erano i grandi gruppi petroliferi. Negli anni Ottanta dominavano le multinazionali industriali. Negli anni Novanta sembrava che le telecomunicazioni avrebbero guidato il mondo. Oggi il centro della crescita è rappresentato dall’intelligenza artificiale e dall’economia digitale.

È probabile che nel 2050 molte delle aziende oggi considerate irrinunciabili abbiano lasciato il posto ad altre realtà che oggi sono ancora poco conosciute, o forse non sono nemmeno nate. È il naturale ciclo dell’innovazione.

Per questo motivo la vera domanda che un investitore dovrebbe porsi non è quali saranno i nomi delle prossime aziende vincenti, ma quale sarà la capacità del proprio patrimonio di partecipare a questa continua evoluzione.

È qui che emerge il valore della pianificazione patrimoniale. Costruire un patrimonio non significa inseguire ogni nuova moda finanziaria né cercare di indovinare quale sarà il prossimo titolo destinato a moltiplicare il proprio valore. Significa creare una strategia capace di attraversare il tempo, adattandosi ai cambiamenti dell’economia senza dipendere dal destino di una singola impresa.

La diversificazione, sotto questo punto di vista, non è soltanto una tecnica di gestione del rischio. È un modo per investire nell’evoluzione stessa del sistema economico. Gli indici azionari, proprio perché aggiornano continuamente la propria composizione, consentono agli investitori di accompagnare il cambiamento invece di subirlo.

Quel numero iniziale, 135, allora assume un significato completamente diverso. Non racconta semplicemente quante aziende siano sopravvissute all’interno dell’S&P 500. Racconta quanto rapidamente evolva il capitalismo. Racconta la velocità con cui l’innovazione modifica gli equilibri economici. Racconta l’importanza di non innamorarsi mai delle certezze del presente.

Il futuro non appartiene necessariamente alle aziende più grandi di oggi, ma a quelle che sapranno interpretare meglio i bisogni di domani.

E i mercati ci insegnano da sempre che non vince chi riesce a prevedere con precisione il futuro, vince chi costruisce un patrimonio sufficientemente solido e flessibile da continuare a crescere anche quando, inevitabilmente, saranno i protagonisti del mercato a cambiare.